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Randazzo: “Anno Domini 1757”

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Correva l’anno del Signore 1757 quando l’ ”Autore” divulgò sinteticamente le sue conoscenze sulla Sicilia, la nostra patria.
  L’impostazione dell’opera è “alfabetico-storica”: città, paesi, borghi, località di Sicilia, esposti in ordine alfabetico, sono richiamati con poche righe o diverse pagine dall’Autore.
  Uno storico senza dubbio ma noi preferiamo chiamarlo un “poeta”: perché nelle sue “sintesi” noi percepiamo una forte tensione d’amore per le nostre terre, tensione che si è tradotta in “strofe” (brevi o lunghe non importa) dedicate ad ogni nome.
  Pacati i toni, garbato l’eventuale “dissenso” da chi si è espresso prima di lui e “naturale” la condivisione delle altrui argomentazioni, quando ritenute valide: si presenta proprio come un figlio che, volendo ricordare e tramandare grazie-virtù-gesta della madre, cerca in ogni dove nuove prove e testimonianze dell’immensità  di chi lo ha generato, scartando nel contempo quelle giudicate errate o infondate: perché i contemporanei conoscano e i posteri ricordino con amore e con orgoglio le antiche-grandi-nobili origini.
  Sembra di vederlo ergersi e dire: “Genti di Sicilia alzate la fronte, perché per la “superba” dignità della vostra madre voi foste, siete e sarete “grandi”.”
  E parlando di grandi ecco a voi la città di Randazzo, nella magnifica sintesi dell’autore, dello storico, del poeta.
  Inizia didatticamente con il nome esposto in tre idiomi: Randazzo; (latino) Randatium; (sic.) Rannazzu.
  Poi ci trasporta con le immagini.
  Conosciamo la “città regale, solita decorare del titolo di duca i regii infanti sin dal tempo di Federico II”,  “un tempo delle precipue città mediterranee dell’isola”.
  Scopriamo l’Etna, il numeroso popolo, la nobiltà dei cittadini, la fortezza del luogo e la ricchezza finalmente del territorio, valli e monti.
 Vediamo il terreno dolcemente acclive, i “rosi macigni”, il fiume “Onobala”. Sentiamo i brividi davanti alla fortezza  con “l’orridissimo carcere destinato a contenere i malfattori di tutta la provincia condannati alla pena capitale”. Ammiriamo le mura di cinta (“nella maggior parte ora crollate”), l’ampia strada principale, le porte (d’accesso alla città), le piazze, il palazzo ducale (che ospitò Carlo V e sede delle adunanze civili), le vie oblique ed anguste, i palazzi nobiliari danneggiati e abbandonati in gran parte.
   Ci fermiamo davanti alle tre Chiese (la nera S. Maria, la splendida S. Niccolò, l’elegante S. Martino) per osservare il via-vai dei 12 sacerdoti di ognuna ed informarci delle altre complessive 33 chiese loro “suffraganee”.
  Facciamo il giro di conventi e monasteri gustando il paesaggio che offrono: “S. Francesco” forse del 1226 con annessa chiesa prima dedicata a S. Maria Maddalena; “S. Maria di Gesù”; un collegio di universale scienza dei paolotti; il convento dei “cappuccini”; “S. Bartolomeo”; S. Caterina”; “S. Giorgio”: tutti in una cornice paesistcamente mozzafiato.
  Randazzo città piena (continua l’autore) “albergò le precipue nobili famiglie dell’isola, celebri …, ricchissime”, alcune ancora presenti, i cui quattro “curatori” vantano il diritto di occupare il XXV posto nel parlamento. E ci presenta l’organo cittadino detto il “magistrato”: il sindaco, il capitano (“che si ha dritto di spada”) ed i giudici.
  Sventola il vessillo della milizia urbana salutato da “31 cavalieri e 91 pedoni”. Ed il capitano di giustizia con i molti compagni vigila “contro i briganti, per la sicurezza del Valdemone”.
 Randazzo è “capo di comarca (circondario)” afferma poi e continua  affermando che il territorio molto felice, ubertoso, ameno, esportatore di tutti i prodotti agricoli manca di coloni, mentre la città ricchissima manca di abitanti (doppia meraviglia).
  Certo è che Randazzo fu saccheggiata dall’esercito spagnolo (i lanzichenecchi dell’imperatore) in rivolta contro Carlo V, definibile in quel contesto un mendace “malo pagatore”.
  Molti uomini illustri gloriarono la città, monaci e laici elevati nelle virtù, nell’animo e nella mente: Guglielmo Ventimiglia , Stefano, Umile, Aurelio, Giuseppe, Vincenzo Damiano, Benedetto Rogasio, Antonio Tetti, Giacomo Roseo, Giovanni de Puiades, Pietro Oliveri, Giovanni Domenico de Cavallaris (che “lasciò ai suoi, con raro esempio, non già copia di beni, ma retaggio di povertà”), Francesco Laguzza, Erasmo Marotta, Giuseppe Marzio, Girolamo Camerata, Nunzio Perciabosco.
  In chiusura, mentre ricerca le antiche origini della città, si esalta l’impronta dello storico garbato, dall’inconfondibile “bon ton”, inguaribile “romantico”.
   Manifestando dissenso o assenso espone in successione i nomi attribuiti alle origini a Randazzo: Trinacio, Trinacia, Triracio, Tiracio, Tissa, Triocala.
Chissà: Tri…? Ti…?
  Magari ne riparliamo.

Guido Di Stefano

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