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La devozione di Catania a Sant’Agata

La festa di Sant’Agata

La processione

Ogni anno il 3, il 4 e il 5 febbraio Catania offre alla sua patrona una festa così straordinaria che può essere paragonata soltanto alla Settimana santa di Siviglia o al Corpus Domini di Cuzco, in Perù. In quei tre giorni la città dimentica ogni cosa per concentrarsi sulla festa, misto di devozione e di folklore, che attira ogni anno sino a un milione di persone, tra devoti e curiosi. Il primo giorno è riservato all’offerta delle candele. Una suggestiva usanza popolare vuole che i ceri donati siano alti o pesanti quanto la persona che chiede la protezione. Alla processione per la raccolta della cera, un breve giro dalla fornace alla cattedrale, partecipano le maggiori autorità religiose, civili e militari.

Due carrozze settecentesche, che un tempo appartenevano al senato che governava la città, e undici “candelore”, grossi ceri rappresentativi delle corporazioni o dei mestieri, vengono portate in corteo. Questa prima giornata di festa si conclude in serata cori un grandioso spettacolo di giochi pirotecnici in piazza Duomo. I fuochi artificiali durante la festa di sant’Agata, oltre a esprimere la grande gioia dei fedeli, assumono un significato particolare, perché ricordano che la patrona, martirizzata sulla brace, vigila sempre sul fuoco dell’Etna e di tutti gli incendi.

Il 4 febbraio è il giorno più emozionante, perché segna il primo incontro della città con la santa Patrona. Già dalle prime ore dell’alba le strade della città si popolano di “ cittadini ”. Sono devoti che indossano il tradizionale “ sacco ” (un camice votivo di tela bianca lungo fino alla caviglia e stretto in vita da un cordoncino), un berretto di velluto nero, guanti bianchi e sventolano un fazzoletto anch’ esso bianco stirato a fitte pieghe. Rappresenta l’abbigliamento notturno che i catanesi indossavano quando, nel lontano 1126, corsero incontro alle reliquie che Gisliberto e Goselmo riportarono da Costantinopoli. Ma l’originario camice da notte, nei secoli, si è arricchito anche del significato di veste penitenziale: secondo alcuni l’abito di tela bianca è la rivisitazione di una veste liturgica, il berretto nero ricorderebbe la cenere di cui si cospargevano il capo i penitenti e il cordoncino in vita rappresenterebbe il cilicio. Tre differenti chiavi, ognuna custodita da una persona diversa, sono necessarie per aprire il cancello di ferro che protegge le reliquie in cattedrale: una la custodisce il tesoriere, la seconda il cerimoniere, la terza il priore del capitolo) della cattedrale. Quando la terza chiave toglie l’ultima mandata al cancello della cameretta in cui è custodito il Busto, e il sacello viene aperto, il viso sorridente e sereno di sant’Agata si affaccia dalla cameretta nel crescente tripudio dei fedeli impazienti di rivederla. Luccicante di oro e di gemme preziose, il busto di sant’Agata viene issato sul fercolo d’argento rinascimentale, foderato di velluto rosso, il colore del sangue del martirio, ma anche il colore dei re. Prima di lasciare la cattedrale per la tradizionale processione lungo le vie della città, Catania dà il benvenuto alla sua patrona con una messa solenne, celebrata dall’arcivescovo. Tra i fragori degli spari a festa, il fercolo viene caricato del prezioso scrigno con le reliquie e portato in processione per la città.

Il “ giro ”, la processione del giorno 4, dura l’intera giornata. Il fercolo attraversa i luoghi del martirio e ripercorre le vicende della storia della “ santuzza ”, che si intrecciano con quella della città: il duomo, i luoghi del martirio, percorsi in fretta, senza soste, quasi a evitare alla santa il rinnovarsi del triste ricordo. Una sosta viene fatta anche alla “ marina ” da cui i catanesi, addolorati e inermi, videro partire le reliquie della santa per Costantinopoli. Poi una sosta alla colonna della peste, che ricorda il miracolo compiuto da sant’Agata nel 1743, quando la città fu risparmiata dall’epidemia. I “ cittadini ” guidano il fercolo tra la folla che si accalca lungo le strade e nelle piazze. In quattromila o cinquemila trainano la pesante macchina. Tutti rigorosamente indossano il sacco votivo e a piccoli passi tra la folla trascinano il fercolo che, vuoto, pesa 17 quintali, ma, appesantito di Scrigno, Busto e carico di cera, può pesare fino a 30 quintali. A ritmo cadenzato gridano: “ cittadini, viva sant’Agata ”, un’osanna che significa anche: “ sant’Agata è viva ” in mezzo alla folla. Il “ giro ” si conclude a notte fonda quando il fercolo ritorna in cattedrale.

Sul fercolo del 5 febbraio, i garofani rossi del giorno precedente (simboleggianti il martirio), vengono sostituiti da quelli bianchi (che rappresentano la purezza). Nella tarda mattinata, in cattedrale viene celebrato il pontificale. AI tramonto ha inizio la seconda parte della processione che si snoda per le vie del centro di Catania, attraversando anche il “ Borgo ”, il quartiere che accolse i profughi da Misterbianco dopo l’eruzione del 1669. Il momento più atteso è il passaggio per la via di San Giuliano, che per la pendenza è il punto più pericoloso di tutta la processione. Esso rappresenta una prova di coraggio per i “ cittadini ”, ma è interpretato anche – a seconda di come viene superato l’ “ostacolo” – come un segno celeste di buono o cattivo auspicio per l’intero anno. A notte fonda i fuochi artificiali segnano la chiusura dei festeggiamenti. Quando Catania riconsegna alla cameretta in cattedrale il reliquiario e lo scrigno, i sacchi bianchi non profumano più di bucato, i volti sono segnati dalla stanchezza, i muscoli fanno male, la voce è ridotta a un filo sottile. Ma la soddisfazione di aver portato in trionfo il corpo di sant’Agata per le vie della sua Catania riempie tutti di gioia e ripaga di quelle fatiche. Bisognerà aspettare diversi mesi (la festa del 17 agosto), o un altro anno (la festa del 5 febbraio), per poter vedere sorridere ancora una volta il viso buono della santa che fu martire per la salvezza della fede e di Catania.

Le candelore

La festa di sant’Agata è inscindibile dalla tradizionale sfilata delle “ candelore ”, enormi ceri rivestiti con decorazioni artigianali, puttini in legno dorato, santi e scene del martirio, fiori e bandiere.
Le candelore precedono il fercolo in processione, perché un tempo, quando mancava l’illuminazione elettrica, avevano la funzione di illuminare il passo ai partecipanti alla processione. Sono portate a spalla da un numero di portatori che, a seconda del peso del cero, può variare da 4 a 12 uomini. I maestri orafi del Trecento avevano realizzato il Busto di sant’Agata, un capolavoro d’arte raffinato e prezioso.

Ma il popolo, da sempre vicino alla patrona, ha voluto essere presente nella festa con creazioni proprie, opere di fattura artigianale che rappresentassero, inoltre, associazioni di varie categorie di lavoratori.

Ognuna delle 11 candelore possiede una precisa identità. Sulle spalle dei portatori, essa si anima e vive la propria unicità, che si compone di diversi elementi: la forma che caratterizza il cero, l’andatura e il tipo di ondeggiamento che gli viene dato, la scelta di una marcia come sottofondo musicale.

Le candelore sfilano sempre nello stesso ordine.

Ad aprire la processione è il piccolo cero di monsignor Ventimiglia. Il primo grande cero rappresenta gli abitanti del quartiere di San Giuseppe La Rena e fu realizzato all’ inizio dell’Ottocento.

È seguito da quello dei giardinieri e dei fiorai, in stile gotico-veneziano.

Il terzo in ordine di uscita è quello dei pescivendoli, in stile tardo-barocco con fregi santi e piccoli pesci. Il suo passo inconfondibile ha fatto guadagnare alla candelora il soprannome di “ bersagliera ”.

Il cero che segue è quello dei fruttivendoli, che invece ha passo elegante ed è dunque chiamato la “ signorina ”. Quello dei macellai è una torre a quattro ordini.

La candelora dei pastai è un semplice candeliere settecentesco senza scenografie. La candelora dei pizzicagnoli e dei bettolieri è in stile liberty, quella dei panettieri è la più pesante di tutte, ornata con grandi angeli, e per la sua cadenza è chiamata la “ mamma ”.

Chiude la processione la candelora del circolo cittadino di sant’Agata che fu introdotta dal cardinale Dusmet. In passato le candelore sono state anche più numerose: esistevano quelle dei calzolai, dei confettieri, dei muratori, fino a raggiungere in alcuni periodi il numero di 28.


Vita di Sant’Agata Vergine e Martire

La Sicilia al tempo di Agata

Negli anni in cui visse Agata, a metà del III secolo, l’impero romano aveva già raggiunto la massima estensione territoriale. I suoi confini andavano dalla Penisola iberica alla Mesopotamia, dalla Britannia all’Egitto, abbracciando popoli, lingue, religioni e costumi molto diversi tra loro. Il governo centrale si era preoccupato di dare uniformità alle terre conquistate imponendo a tutti la lingua latina, le leggi di Roma e la propria religione, ma non era m grado di amministrarle e di controllarle direttamente.
Per questo aveva affidato ogni provincia a un proconsole o a un governatore, funzionari che godevano sia deipoteri civili che di quelli militari: imponevano e riscuotevano le imposte. amministravano la giustizia, comandavano l’esercito.

Ai tempi dell’imperatore Decio, Catania era una città ricca e fiorente,che per di più godeva di un’ottima posizione geografica.

Il suo grande porto, nel cuore del Mediterraneo, rappresentava uno dei più vivaci punti di scambio commerciale e culturale dell’epoca.

Le fonti storiche narrano che era amministrata dal proconsole Quinziano, uomo rude, prepotente e superbo. Con moglie e famiglia, una corte numerosa, le guardie imperiali e una schiera di servi, alloggiava nel ricco palazzo pretorio, un enorme complesso di edifici con annesse aule giudiziarie e carceri, in cui si svolgevano tutte le attività pubbliche della città.

Le persecuzioni

Sin dal 264 a.C., anno in cui con la prima guerra punica Roma sottrasse l’isola ai Cartaginesi, in Sicilia era stata imposta la religione pagana dei Romani, col suo carico di divinità popolane e goderecce, esempi di corruzione e di dissolutezza nei costumi.

Quando la comunità cristiana iniziò a essere abbastanza ampia, intorno al 40 d.C., si abbatterono su di essa le prime persecuzioni. Inizialmente con Nerone, a metà del primo secolo, ebbero carattere soltanto occasionale.

Poi, nel corso del II secolo, fu data loro una base giuridica mediante una legge che vietava il culto cristiano. Di questi primi secoli la Chiesa ricorda numerosi martiri che, con il loro coraggio e la determinazione nell’accettare la morte per Cristo, contribuirono ad accelerare la diffusione del cristianesimo.

All’inizio del III secolo, l’imperatore Settimio Severo emanò un editto di persecuzione. Egli stabilì che i cristiani dovessero essere prima denunciati alle autorità e poi invitati a rinnegare pubblicamente la loro fede. Se accettavano di tornare alla religione pagana avevano diritto al libellurn, una sorta di certificato di conformità religiosa, ma se si rifiutavano di sacrificare agli dei, venivano prima torturati e poi uccisi.

Con questo sistema, freddo e calcolatore, l’imperatore cercava di fare apostati, cioè persone che abbandonavano la fede cristiana, e non martiri, che erano considerati più pericolosi dei cristiani vivi.

Poi, di fronte al diffondersi del cristianesimo e temendo che l’aumento dei fedeli potesse minacciare la stabilità dell’impero, nel 249 l’imperatore Decio ordinò una repressione ancora più radicale: tutti i cristiani, denunciati o no, erano ricercati d’ufficio, rintracciati, torturati e infine uccisi.

In quegli anni, a metà del III secolo, a Catania nasceva Agata.
La data non è mai stata storicamente accertata con esattezza, ma fu calcolata a ritroso partendo da un’altra che invece egrave; certa, cioè il martirio avvenuto nel 251.

La tradizione popolare e gli antichi atti vogliono che Agata, al momento del martirio, fosse poco più che adolescente. Per questo motivo si fa risalire la sua nascita intorno all’anno 235.

Una voce aggiunge anche il giorno: l’8 settembre, facendolo coincidere con una delle date più importanti del culto mariano, quella della nascita della Madonna. La sua era una famiglia nobile e ricca. Possedeva case e terreni coltivati, in città e in provincia.

Il padre Rao e la madre Apolla decisero di chiamarla Agata, che in greco significa “la buona”. In questo nome c’era già racchiuso il suo destino: bontà e purezza furono, infatti, le doti che distinsero Agata sin dalla prima infanzia.

La tradizione popolare identifica nei ruderi di una villa romana, al centro della città, la casa natale di Agata. In questo luogo in seguito è stato posto un piccolo altare che, in ogni periodo dell’anno, è tanto ricco di fiori da sembrare un giardino a primavera. Dei suoi primi anni di vita non ci sono giunte testimonianze documentate, ma si può supporre che sin dalla più tenera età Agata abbia ricevuto dai genitori una buona educazione e che dal loro esempio abbia appreso il valore delle virtù cristiane: la preghiera, la rinuncia alle ricchezze terrene, il coraggio nello scegliere Cristo. Agata trascorreva le giornate della sua adolescenza in un sereno ambiente familiare.

Era obbediente ai genitori, che amava profondamente, ma più di ogni cosa amava Dio. Fuggiva il lusso e la vita mondana, che invece erano al centro degli interessi delle coetanee di pari grado sociale. Cresceva in santità: metteva tutto il suo impegno nelle semplici cose di ogni giorno per imitare e testimoniare Gesù. E fu questo allenamento quotidiano alla rinuncia e al sacrificio che le permise di prepararsi ad affrontare la grande prova del martirio. Ma Agata cresceva anche in bellezza: il suo corpo era slanciato, i lineamenti delicati, le labbra rosee, i capelli biondi. La voce del popolo l’ha descritta per secoli così, e in questo modo l’arte sacra l’ha sempre raffigurata.

Qualcuno ha pensato di trovare una conferma, sia dell’altezza che del colore dei capelli, nelle ricognizioni fatte periodicamente sulle reliquie della santa. Come un bocciolo di rosa, la sua bellezza era nella grazia delle forme e nel pudore che le rivestiva. Bellezza, candore e purezza verginale facevano di Agata una creatura davvero angelica.

La consacrazione a Dio

Molto presto, già negli anni dell’infanzia, Agata ebbe chiaro nel cuore il desiderio di donarsi totalmente a Cristo.

Per lo Sposo celeste provava un sentimento semplice e spontaneo, ma anche così forte che era impaziente di pronunciare il voto di verginità.

Nel segreto dell’animo si era già promessa a Dio e, quando non aveva ancora compiuto 15 anni, sentì che era giunto il momento di consacrarsi solennemente.

Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e, durante una cerimonia ufficiale chiamata velatio, le impose il flammeum, il velo color rosso fiamma che portavano le vergini consacrate. Agata da quel giorno divenne sposa di Cristo.

Aveva atteso con ansia e trepidazione quel momento e aveva pregato tanto Dio di poter offrire a lui il suo cuore puro. Così, dopo tanta attesa, la consacrazione la rese profondamente felice, consentendole di vivere in preghiera e meditazione.

La fuga e l’arresto

Un giorno, il proconsole Quinziano fu informato che in città, tra le vergini consacrate, viveva una nobile e bella fanciulla. Decise allora che doveva conoscerla. Ordinò ai suoi uomini che la catturassero e la conducessero al palazzo pretorio: si trattava proprio di Agata.

 L’accusa formale, in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, era quella di vilipendio della religione di Stato, un’accusa riservata a tutti i cristiani che non volevano abiurare. In realtà l’ordine del proconsole nasceva anche dal desiderio di soddisfare un capriccio e un interesse personale: piegare a sé una giovane bella e illibata e confiscarle i beni di famiglia.

Per sottrarsi all’ordine del proconsole, Agata per qualche tempo rimase nascosta lontano da Catania. Su questo punto storia e leggenda sono fortemente intrecciate: più città si contendono il merito di aver dato asilo alla vergine esule.

Tra le ipotesi più accreditate, la più probabile è quella secondo cui Agata si rifugiò a Galermo, una contrada poco distante da Catania, dove i genitori possedevano case e terreni. Secondo un’altra tradizione, che nasce con buona probabilità da un errore di trascrizione degli antichi atti del martirio, Agata si sarebbe rifugiata, invece che a Galermo, a Palermo. Un’ultima e poco attendibile ipotesi, questa di tradizione non italiana, sostiene che Agata si sarebbe nascosta in una grotta nell’isola di Malta.

Nei secoli, il popolo ha arricchito di avventure leggendarie la fuga e l’arresto di Agata.

Una di queste narra che ella, inseguita dagli uomini di Quinziano e giunta ormai nei pressi del palazzo pretorio, si fosse fermata a riposare un istante. Nello stesso momento in cui si fermò, si dice per allacciarsi un calzare, un ulivo comparve dal nulla e la giovinetta potè ripararsi e anche cibarsi dei suoi frutti.

Ancora oggi, per rinnovare il ricordo di quell’evento prodigioso, è consuetudine coltivare un albero di ulivo in un’aiuola vicino ai luoghi del martirio.

Un’altra tradizione popolare legata a questa leggenda vuole che, il giorno della festa di sant’Agata, vengano consumati dolcetti di pasta reale, di colore verde e ricoperti di zucchero, che nella forma ricordano le olive, chiamati appunto “olivette di sant’Agata”.

Tornando alla storia, Agata rimase in esilio soltanto per poco tempo. Gli apparitores, gli sgherri al servizio del proconsole, la raggiunsero con quella facilità che è propria dei potenti e la condussero in tribunale al cospetto di Quinziano.

In casa di Afrodisia

Quinziano, non appena la vide, fu rapito dalla sua bellezza. Un ardore passionale lo invase, ma i suoi tentativi di seduzione furono tutti vani, perché Agata lo respinse sempre con grande fermezza. Il proconsole pensò allora che un programma di rieducazione avrebbe potuto trasformare la giovane e l’avrebbe convinta a rinunciare ai voti e a cedere alle sue lusinghe. La affidò così per un mese a una cortigiana, una matrona dissoluta, maestra di vizi e di corruzione, che era conosciuta col nome di Afrodisia.

La donna viveva in casa con le sue figlie, nove secondo la tradizione, diaboliche e licenziose almeno quanto lei. Fu il mese più duro e terribile per la giovane Agata. La sua purezza era costretta a subire continui insulti, cattivi esempi e inviti immorali. Per farle dimenticare Gesù, Afrodisia la tentò con ogni mezzo: banchetti, festini, divertimenti di ogni genere, le promise gioielli, ricchezze e schiavi. Ma Agata disprezzava ognuno di questi doni.

Quando lo strumento della persuasione si rivelò incapace a piegare la sua ferrea volontà, Afrodisia e le figlie tentarono di raggiungere lo stesso vile scopo attraverso le minacce. “ Quinziano ti farà uccidere ”, le intimavano. Ma la vergine incorruttibile respingeva ogni proposta, si mostrava insensibile a ogni minaccia, opponeva rifiuti secchi usando parole di fuoco: < Vane sono le vostre promesse, stolte le parole, impotenti te minacce. Sappiate che il mio cuore è fermo come una pietra in Cristo e non cederà mai.

La giovane Agata fu sempre fedele al suo unico Sposo; a lui offriva le sofferenze che pativa per la fede e giorno dopo giorno la sua anima ne risultava sempre più temprata. Allo scadere del mese e di fronte alla fermezza di Agata, Afrodisia non potè far altro che arrendersi. Sconfitta e umiliata, riconsegnò la giovane a Quinziano:  “Ha la testa più dura della lava dell’Etna, non fa altro che piangere e pregare il suo invisibile Sposo. Sperare da lei un minimo segno d’affetto è soltanto tempo perso”.

Il processo

Quinziano prese atto che lusinghe, promesse e minacce non sortivano alcun effetto su quella giovane tanto bella quanto innamorata di Gesù. Decise allora di dare immediato avvio a un processo, contando così di piegarla con la forza. Convocata al palazzo pretorio, Agata entro fiera e umile. Procedeva a passi sicuri verso il suo persecutore e, quando i suoi occhi limpidi incontrarono quelli di Quinziano, li trovarono accesi di rabbia e di desiderio di rivalsa. Agata non era spaventata, sapeva che Io Spirito Santo l’avrebbe assistita e le avrebbe suggerito le parole da dire al tiranno. Ne era certa, perché Gesù stesso lo aveva promesso ai suoi discepoli. Si presentò al proconsole vestita come una schiava, come usavano le vergini consacrate a Dio, e Quinziano volle giocare su questo equivoco per provocarla. “ Non sono una schiava, ma una serva del Re del cielo ”, chiarì subito Agata. “ Sono nata libera da una famiglia nobile, ma la mia maggiore nobiltà deriva dall’essere ancella di Gesù Cristo ”. Le affermazioni di Agata erano taglienti e fiere, degne della semplicità di una vergine e della fermezza di ma martire. “ Tu che ti credi nobile ”, disse Agata a Quinnano, “ sei in realtà schiavo delle tue passioni ”. Questa fu una grave provocazione per lui, padrone di quella terra e garante della religione pagana in Sicilia. “ Dunque, noi che disprezziamo il nome e la servitù di Cristo ”, domandò irritato il proconsole, “ siamo ignobili? ”. Per Agata, che parlava con la forza della fede e illuminata dallo Spirito Santo, era arrivato il momento di accettare la sfida e rilanciò: “ Ignobiltà grande è la vostra: voi siete schiavi delle voluttà, adorate pietre e legni, idoli costruiti da miseri artigiani, strumenti del demonio ”. Quinziano a quelle parole si sentì come un toro ferito. Era incapace di controbattere, non possedeva né le risorse culturali di un oratore, né la saggezza e la semplicità delle risposte ispirate dalla fede che aveva Agata. Gli unici strumenti che conosceva bene e che sapeva usare erano la violenza e le minacce. In questo campo era sicuro di essere il più forte e questi mezzi utilizzò: “ O sacrifichi agli dèi o subirai il martirio ”, minacciò spazientito. Ma, di fronte alla minaccia delle torture, Agata non si lasciò intimorire: “ Vuoi farmi soffrire? ”, lo irrise. “ Da tempo lo aspetto, lo bramo, è la mia più grande gioia ”. Poi, con voce sicura, aggiunse: “ Non adorerò mai le tue divinità. Come potrei adorare una Venere impudica, un Giove adultero o un Mercurio ladro? Ma se tu credi che queste siano vere divinità, ti auguro che tua moglie abbia gli stessi costumi di Venere ”. Queste parole, pesanti come macigni e affilate come lame, per Quinziano furono dure sferzate al suo orgoglio. Seppe reagire soltanto con la violenza e ricambiò con uno schiaffo l’umiliazione appena subita. Per niente avvilita per la percossa, Agata gli rispose: “ Ti ritieni offeso perché ti auguro di assomigliare ai tuoi dèi? Vedi allora che nemmeno tu li stimi? Perché pretendi che siano onorati e punisci chi non vuole adorarli? ”. Erano parole inconfutabili, ma Quinziano non volle arrendersi e ordinò che la giovane fosse rinchiusa in carcere.

Il carcere e le torture

Per un giorno e una notte Agata rimase chiusa in una cella del carcere, all’interno del palazzo pretorio: diventata in seguito un luogo di culto, era una cameretta interrata, buia e umida. Il soffitto era alto e soltanto una finestrella irraggiungibile lasciava filtrare un raggio di luce attraverso una spessa grata di ferro.
Non le fu dato né cibo, né acqua e una pesante catena le stringeva le caviglie.

Ma la giovane Agata non disperò mai e continuò a pregare ancora più intensamente lo Sposo celeste.

La mattina successiva fu condotta per la seconda volta davanti al proconsole. “ Che pensi di fare per la tua salvezza? ”, le domandò Quinziano. “ La mia salvezza è Cristo ”, rispose decisa Agata.
Soltanto a quel punto Quinziano si rese conto che qualunque tentativo di persuasione era destinato al fallimento e, con uno scatto d’ira, ordinò di sottoporla a orrende torture.

Ad Agata furono stirate le membra, fu percossa con le verghe, lacerata col pettine di ferro, le furono squarciati i fianchi con lamine arroventate. Ogni tormento, invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuovo vigore. Allora Quinziano si accanì ulteriormente contro la giovinetta e ordinò agli aguzzini che le amputassero le mammelle. “ Non ti vergogni, gli disse Agata, “ di stroncare in una donna le sorgenti della vita dalle quali tu stesso traesti alimento, succhiando al seno di tua madre? ”.

L’ordine di Quinziano era un gesto di rabbia e di vendetta: ciò che non aveva potuto ottenere, ora voleva distruggere. Voleva vederla soffrire per il dolore del martirio e per il pudore violato. Voleva umiliarla nella sua dignità di donna, ma nessun segno di turbamento segnò il volto né le parole di Agata: “ Tu strazi il mio corpo ”, disse, “ ma la mia anima rimane intatta ”

La tavola dell’Angelo

I cristiani che avevano assistito al martirio e alla morte di Agata raccolsero con devozione il suo corpo e lo cosparsero di aromi e di oli profumati, come era in uso a quell’epoca. Poi con grande venerazione lo deposero in un sarcofago di pietra, che da allora fino ai nostri giorni è stato sempre oggetto di culto a Catania. Le fonti narrano che, quando il sepolcro ormai stava per essere chiuso, si avvicinò un fanciullo, vestito di seta bianca e seguito da altri cento giovanetti. Presso il capo della vergine depose una tavoletta di marmo, che oggi è una preziosa reliquia custodita nella chiesa di Sant’Agata a Cremona, con l’iscrizione latina “ M. S. S. H. D. E. P. L. ”, che in italiano significa “ Mente santa e spontanea, onore a Dio e liberazione della patria ”. Questa iscrizione, detta anche “elogio dell’angelo”, è la sintesi delle caratteristiche della santa catanese ed è anche una solenne promessa di protezione alla città.

Fonte: sito ufficiale del Comune di Catania

ICS

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